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«La lingua albanese è la nostra casa». Così la diaspora prova a non perdere le proprie radici

La comunità albanese in Italia è ormai una presenza stabile: oltre 300 mila persone hanno acquisito la cittadinanza italiana. La nuova sfida riguarda i figli e le seconde generazioni. Anila Berberi, presidente della Lega delle scuole di lingua albanese: «La scuola accompagna, ma la lingua si trasmette prima di tutto in famiglia»

C’è una parola che Anila Berberi preferisce evitare: «immigrazione». Per raccontare la propria storia, dice, è più corretto parlare di «trasferimento». Perché la sua esperienza, come quella di molti albanesi che vivono tra i due Paesi, non è più soltanto una storia di arrivo e di integrazione. È una storia di legami che continuano, di famiglie divise e ricomposte tra le due sponde dell’Adriatico, di identità che cambiano senza necessariamente scomparire.

Berberi è arrivata per la prima volta in Italia nell’ottobre del 2004, per motivi familiari. È rimasta due anni, poi è tornata in Albania. Nel 2019 il trasferimento definitivo, ancora una volta per ragioni familiari. Nel frattempo, però, era cambiata anche la comunità albanese in Italia.

«Quando sono venuta per la prima volta — racconta — ho trovato una comunità molto giovane, impegnata soprattutto nel processo di inserimento e stabilizzazione. Quando sono tornata, ho trovato una realtà completamente diversa: le associazioni erano ormai presenti sul territorio, stabili e organizzate».

Era cambiata, soprattutto, la domanda. Non più soltanto come entrare nella società italiana, ma come restare se stessi dentro quella società.

La seconda sfida: trasmettere la lingua

È qui che entra in gioco la lingua. Per Berberi, insegnare l’albanese ai bambini significa molto più che impartire una materia scolastica. Significa mantenere un rapporto con la storia familiare, con i nonni, con il Paese d’origine.

A Parma incontra una realtà associativa che da anni ha avviato una scuola di lingua albanese. È un’esperienza che diventerà parte del suo impegno successivo.

Ma anche qui la realtà è più complessa di quanto possa sembrare. Non sono soltanto i bambini delle famiglie albanesi a frequentare queste scuole. Ci sono sempre più figli di coppie miste italo-albanesi.

E c’è anche un altro fenomeno, forse ancora più significativo: gli italiani che scelgono di studiare l’albanese.

«Abbiamo tante richieste anche da parte degli italiani», spiega Berberi. C’è chi ha amici albanesi, chi ha motivi professionali, chi ha visitato l’Albania e se ne è innamorato. La lingua, così, cambia funzione: da strumento per conservare un’identità diventa anche uno strumento per costruire relazioni.

«Diventa un mezzo di coinvolgimento di tutti, albanesi e italiani».

Una rete per le scuole

È in questo contesto che nasce la Lega delle scuole di lingua albanese in Italia, con l’ambizione di mettere in comunicazione le esperienze già presenti nel Paese.

Le scuole albanesi esistono infatti da molti anni e in diverse regioni italiane. La Lega nasce per collegarle, favorire lo scambio di esperienze e buone pratiche e, soprattutto, rafforzare la formazione degli insegnanti.

Una necessità tutt’altro che secondaria. Le classi sono spesso composte da bambini di età molto diverse, dai sei ai dodici anni. Insegnare in queste condizioni richiede metodi flessibili e una continua capacità di adattamento.

«Bisogna sempre inventare e sperimentare», spiega Berberi.

Il problema è che gran parte di questo lavoro viene ancora svolto su base volontaria.

Gli insegnanti sono formati e laureati, ma dedicano tempo ed energie all’insegnamento dell’albanese spesso senza un adeguato riconoscimento economico. Le scuole vengono sostenute soprattutto dalle associazioni albanesi presenti sul territorio.

È uno dei nodi che la Lega vuole portare all’attenzione delle istituzioni italiane.

Il sostegno di Tirana e la richiesta a Roma

Sul fronte albanese, invece, negli ultimi anni è cresciuta la collaborazione istituzionale. Berberi cita il Ministero dell’Istruzione, il Centro per le Pubblicazioni della Diaspora, il Ministero degli Affari Esteri e l’Agenzia Nazionale della Diaspora.

Un sostegno che si traduce anche in strumenti concreti: libri di testo, materiali didattici, progetti e una rete di insegnanti certificate.

Ora la richiesta è rivolta soprattutto all’Italia.

La comunità albanese, ricorda Berberi, è ormai una delle realtà straniere più radicate nel Paese. Sono oltre 300 mila le persone di origine albanese che hanno acquisito la cittadinanza italiana, all’interno di una comunità che supera complessivamente il mezzo milione di persone.

Numeri che pongono una domanda: perché l’insegnamento della lingua albanese non dovrebbe trovare maggiore spazio anche nelle scuole italiane?

Qualche esperienza esiste già. In Trentino-Alto Adige, per esempio, sono state avviate attività e classi dedicate alla lingua albanese. Ma, secondo Berberi, si tratta ancora di esperienze isolate.

La Lega ha cominciato quindi a bussare alle porte delle istituzioni: Comuni, Regioni e governo nazionale.

«Abbiamo presentato il quadro della presenza dei bambini albanesi, delle scuole e di come è organizzato il nostro lavoro», racconta.

L’argomento è che la rete esiste già. Esistono gli insegnanti, esistono i materiali, esiste una comunità che domanda questo servizio. Quello che manca, in molti casi, è un riconoscimento istituzionale più strutturato.

Una lingua che non appartiene soltanto alla scuola

Alla fine, però, la questione non è soltanto amministrativa. È culturale e familiare.

«Per noi che viviamo nella diaspora la lingua albanese rappresenta la casa», dice Berberi.

È forse la frase che meglio riassume il senso dell’intera esperienza.

La scuola può insegnare la grammatica, la storia, la letteratura. Può creare occasioni e accompagnare i bambini. Ma non può sostituire la famiglia.

La lingua, sostiene Berberi, deve essere parlata a casa, deve entrare nella quotidianità, deve rimanere uno strumento vivo del rapporto tra genitori e figli.

Per questo la sfida della comunità albanese in Italia non è soltanto conservare una lingua. È decidere come trasmettere un’identità alle nuove generazioni senza trasformarla in una barriera.

La risposta che emerge dall’esperienza delle scuole è quella del dialogo. L’albanese non come lingua che separa, ma come lingua che può avvicinare. Non soltanto memoria di un Paese lasciato alle spalle, ma patrimonio da portare dentro una nuova storia comune.

Tra Italia e Albania, dunque, il futuro della lingua potrebbe essere anche il futuro di un legame.

PS: L’intervista integrale ad Anila Berberi è disponibile e può essere ascoltata su Radio Radicale, nella rubrica dedicata alle relazioni e alle esperienze tra Italia e Albania.

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