Dalla disperazione dell’8 agosto 1991 alla nuova Albania europea. Non è la storia di una nave, ma di ventimila storie che quella nave portava, una per una, verso una vita da ricominciare.
di Giovanni Firera
Ci sono immagini che non invecchiano. Restano impresse nella memoria e, con il passare degli anni, pesano ancora di più di quanto pesassero il giorno in cui furono scattate. Le fotografie della Vlora, il mercantile albanese che l’8 agosto 1991 attraccò nel porto di Bari con circa ventimila persone stipate a bordo, sono tra queste. Ma dietro ogni corpo aggrappato a una fune, dietro ogni volto rivolto verso la terraferma, c’era una vita, un nome, una storia che meritava di essere raccontata per intero, non solo nel suo istante più disperato.
Bisogna provare a immaginarli, quei ventimila. Non come una massa indistinta, ma uno per uno. Una madre che teneva stretto un bambino sul ponte, temendo di perderlo nella calca più della propria vita. Un ragazzo che non aveva mai visto il mare da così vicino e che ora lo attraversava aggrappato a una fune arrugginita. Un uomo anziano che lasciava dietro di sé una casa, una tomba di famiglia, un intero passato, sapendo che forse non ci sarebbe mai tornato. Ognuno di loro portava con sé, oltre alla paura, una domanda semplicissima e insieme enorme: sarà possibile, per me, ricominciare?
Avevano davanti l’Italia, che dalla costa albanese, nelle giornate limpide, si può quasi scorgere: una promessa di libertà dopo decenni di dittatura, di fame, di silenzio imposto. Alle spalle lasciavano un Paese impoverito e murato, dove sognare un altrove era stato, fino a poco prima, un reato. Non partivano perché non amavano la propria terra. Partivano perché quella terra, in quel momento, non aveva più nulla da offrire loro se non la sopravvivenza.
Il momento in cui qualcuno li guardò negli occhi
L’8 agosto 1991 racconta anche qualcosa dell’Italia, e in particolare di Bari. Di fronte a un’emergenza enorme e improvvisa ci furono errori, tensioni, decisioni che oggi, con onestà, fatichiamo a giustificare: migliaia di persone ammassate nello Stadio della Vittoria sotto il sole d’agosto, molte rimpatriate nei giorni successivi. Ma accanto a questo esiste un’altra memoria, più piccola e più vera, fatta di gesti che nessuna cronaca ufficiale ha registrato: una bottiglia d’acqua passata di mano in mano, un panino diviso in due, una coperta portata da casa da chi non aveva molto da dare ma volle darlo comunque.
Restano emblematiche le parole dell’allora sindaco Enrico Dalfino, che davanti a quella marea di corpi stremati seppe dire una cosa semplicissima: “Sono persone.” Non profughi, non un problema di ordine pubblico, non un numero. Persone. Due parole che, a distanza di trentacinque anni, restano un atto d’amore prima ancora che una frase storica, perché ricordarono a un’intera città che dietro la disperazione c’erano volti, mani, occhi che chiedevano solo di essere guardati come si guarda un essere umano.
Ed è forse questo il cuore autentico dell’8 agosto: non l’emergenza, non gli errori, ma il momento in cui migliaia di persone, per la prima volta dopo un viaggio di paura, si sentirono guardate come esseri umani e non come un pericolo.
Il coraggio di rileggere le proprie parole
Accanto a questa memoria di umanità, però, ne esiste un’altra, meno onorevole, che in questo anniversario merita di essere richiamata con altrettanta onestà. Perché non tutti, nell’agosto del 1991, seppero guardare quelle persone come persone. Ci fu chi descrisse quell’esodo con parole dure, talvolta disumanizzanti, chi parlò di “invasione”, chi evocò l’immagine di un popolo da respingere e ricacciare indietro come si respinge un pericolo, anziché come si accoglie chi fugge dalla disperazione.
In questo trentacinquesimo anniversario sarebbe auspicabile che chi allora contribuì a costruire quella narrazione trovasse oggi la forza di rileggere quelle pagine con gli occhi della storia. Sarebbe bello che La Gazzetta del Mezzogiorno prendesse esplicitamente le distanze da quella rappresentazione degli albanesi come “invasori” da respingere, riconoscendo quanto quella lettura fosse lontana dalla realtà umana che si presentò davanti a Bari l’8 agosto 1991. Non si trattava di un esercito, né di un’invasione. Erano uomini, donne, giovani e famiglie che fuggivano dalla povertà, dall’isolamento, dalla privazione della libertà e dal crollo di un sistema politico che aveva tenuto per decenni un intero popolo separato dal resto d’Europa.
La revisione critica della propria storia, quando emergono errori di giudizio, non è una debolezza: è un dovere. Lo è per la politica, per le istituzioni, per il giornalismo, per chiunque abbia avuto responsabilità pubbliche. Chi in passato ha pronunciato parole sbagliate, espresso giudizi privi di fondamento o assunto posizioni che il tempo ha dimostrato ingiuste dovrebbe avere il coraggio di riconoscerlo, così come chi ha compiuto scelte che la storia ha poi smentito dovrebbe saperle rileggere senza arroccarsi nella difesa del passato. Rivedere criticamente una posizione non significa cancellare la storia o riscriverla a proprio piacimento: significa, al contrario, prenderla sul serio, confrontando ciò che si disse allora con ciò che è realmente accaduto dopo.
E nel caso della Vlora, la storia ha dato una risposta inequivocabile: quelle persone non erano un pericolo da ricacciare in mare. Molte di loro sono diventate lavoratori, imprenditori, professionisti, medici, docenti, cittadini pienamente integrati, contribuendo alla crescita economica e sociale dell’Italia e, in seguito, anche alla rinascita dell’Albania. Una presa di distanza, oggi, da quelle posizioni non rappresenterebbe una condanna del passato, ma un segnale di maturità civile e giornalistica. Ammettere che una lettura fu sbagliata resta uno dei modi più nobili per dimostrare che una società, e un giornale, sono cresciuti.
Bari, va detto con altrettanta chiarezza, seppe anche vedere le persone: acqua, cibo, vestiti, solidarietà, gesti semplici davanti a un’emergenza gigantesca. Ed è proprio nella distanza tra chi allora parlava di invasione e chi, invece, riconosceva esseri umani, che emerge una delle lezioni più grandi dell’8 agosto 1991. Perché la storia non serve soltanto a ricordare ciò che è accaduto. Serve soprattutto a comprendere dove abbiamo sbagliato, quanto siamo cambiati, e quanto ancora dobbiamo imparare.
Quello che accadde dentro di loro
Le fotografie della Vlora non possono raccontare ciò che accadde dopo, dentro ciascuna di quelle persone. Chi lascia la propria terra in condizioni così drammatiche porta con sé, per anni, una domanda muta: come si costruisce una vita nuova senza tradire quella lasciata alle spalle? Gli albanesi arrivati quel giorno, e negli anni successivi, hanno risposto a questa domanda nel modo più semplice e più difficile insieme: lavorando, imparando una lingua che non era la loro, crescendo figli in un Paese che all’inizio guardava a loro con sospetto e paura.
Molti sono diventati muratori, badanti, operai, e poi, con il tempo, medici, insegnanti, imprenditori, professionisti stimati. Altri sono tornati in Albania portando con sé quello che avevano imparato, e un amore per l’Italia che nessuna difficoltà era riuscita a spegnere. In entrambi i casi hanno fatto la stessa cosa: hanno trasformato una fuga in una vita, senza mai smettere di essere, nel profondo, quello che erano prima di salire su quella nave.
Due popoli che hanno imparato a guardarsi
Trentacinque anni fa l’Adriatico sembrava separare due mondi incompatibili. Oggi lo stesso mare è attraversato ogni giorno da persone che vanno e vengono senza più il peso simbolico di allora: studenti, lavoratori, famiglie, amici. Sono cresciute generazioni per cui essere italiani e albanesi insieme, dentro la stessa vita, è normale. Il mare che allora divideva, oggi unisce, ed è cambiato soprattutto questo: non solo l’economia o le istituzioni, ma lo sguardo con cui i due popoli si osservano l’un l’altro.
Anche l’Albania è cambiata profondamente, e con essa la dignità con cui oggi si presenta al mondo. Non chiede più solo accoglienza: chiede di essere riconosciuta come un Paese che ha attraversato la propria trasformazione con fatica e coraggio. Ma la trasformazione più importante resta quella umana, quella avvenuta nelle case, nelle famiglie, nei piccoli gesti quotidiani di chi ha dovuto reimparare tutto, a partire dal proprio nome pronunciato in un’altra lingua.
Non un popolo sconfitto
Trentacinque anni dopo dobbiamo avere il coraggio di guardare di nuovo quelle fotografie, ma sapendo come è andata avanti la storia di ciascuno di quei volti. Su quella nave non c’erano soltanto disperati: c’erano futuri padri e madri di famiglia, futuri lavoratori, futuri cittadini di un’Europa che allora sembrava lontanissima. C’era un popolo momentaneamente piegato dalla propria storia, non un popolo sconfitto. E la differenza, per chi ha vissuto quella traversata, non è mai stata soltanto una questione di parole.
Per questo l’anniversario della Vlora non può essere soltanto una commemorazione. Deve restare, ogni anno, un invito a guardare le persone prima delle categorie: prima dei confini, delle statistiche, delle emergenze. L’8 agosto 1991 migliaia di mani si tendevano verso l’Italia cercando un approdo. Oggi quelle stesse mani, e quelle dei loro figli, costruiscono, insegnano, curano, lavorano, amano, su entrambe le sponde dell’Adriatico.
La Vlora resta il simbolo di una tragedia umana. Ma è, soprattutto, la storia di ventimila ricominciamenti, e di un’amicizia tra due popoli che proprio dalla fatica di quegli anni ha imparato a riconoscersi. Perché alla fine, più di ogni cifra e di ogni anniversario, quello che resta è questo: una nave carica di paura è diventata, un passo alla volta, un ponte fatto di vite vere.
































