Foto: Paesaggio, clima e civiltà urbana nella città eterna
Roma non è soltanto travertino, cupole, ruderi e fiumi. È anche ombra: quella alta dei pini contro il cielo, quella severa dei lecci nelle ville, quella mobile dei platani lungo il Tevere. Togliere un albero a Roma non significa sottrarre un semplice arredo urbano; significa talvolta cancellare una frase dal grande testo della città.
Gli stranieri che hanno cercato Roma — poeti, viaggiatori, pittori, architetti — hanno compreso spesso ciò che noi rischiamo di dimenticare: qui la natura non fa da sfondo alle rovine, ma le interpreta. Goethe, giunto nella città eterna, non vedeva un museo di pietra: vedeva insieme palazzi e rovine, giardini e statue, ville e lontananze rurali, tutti stretti nel medesimo sguardo.
Passeggiando verso Monte Mario e Villa Madama, il poeta e naturalista tedesco si soffermava sulla vegetazione che non conosceva l’interruzione dei rigori nordici: l’arbusto che fiorisce mentre matura il frutto, l’arancio fiorito e fruttificante, il cipresso “venerabile” quando è antico e ben cresciuto. Era, in filigrana, la scoperta di una Roma dove la storia non domina la natura, ma la natura partecipa della storia.
Anche William Wordsworth, il poeta inglese del paesaggio e della memoria, dedicò un sonetto al Pine of Monte Mario at Rome. Quel pino non era, per lui, una presenza marginale: era una figura della durata, una sentinella vegetale che osservava dall’alto la città e le sue metamorfosi.
Non sorprende che Monte Mario, con i suoi viali alberati e le sue visuali, sia stato luogo d’ispirazione anche per Goethe, Stendhal e Henry James.
Chateaubriand, che sentiva nei paesaggi italiani la continuità fra natura, malinconia e civiltà, fissò una delle immagini più suggestive della città: il sole che tramonta a Villa Borghese sui cipressi di Monte Mario e sui pini di Villa Pamphilj. Non è una semplice veduta romantica. È la coscienza che Roma si offre veramente allo sguardo soltanto quando i suoi monumenti, la luce e le masse vegetali entrano in reciproco dialogo.
Persino la musica ha assunto questa forma arborea. I pini di Roma non sono soltanto botanica o paesaggio: sono divenuti suono nella celebre partitura di Ottorino Respighi, che nel 1924 trasformò le diverse ore e i diversi luoghi della capitale in una geografia musicale. Il pino romano non è quindi un oggetto naturale isolato: è memoria collettiva, immagine artistica, identità internazionale della città.
Eppure la lezione di questi viaggiatori non autorizza una nostalgia senza responsabilità. Gli alberi si ammalano, invecchiano, soffrono la siccità, le potature errate, l’impoverimento del suolo, le ferite inflitte da scavi e cantieri. Quando il rischio è reale, la sicurezza delle persone è un dovere pubblico inderogabile. Ma fra il necessario abbattimento e l’abitudine alla rimozione corre una distanza civile decisiva.
Una capitale europea non aspetta che l’emergenza detti la propria politica. Conosce i suoi alberi, ne monitora la stabilità, protegge le radici, cura i suoli, pianifica il rinnovo delle alberature, rende leggibili le perizie e verifica la sopravvivenza delle nuove piante. Berlino ha compreso che l’albero si difende anche sottoterra, disciplinando scavi, impermeabilizzazioni e compattazioni nella zona radicale. Parigi ha affermato che l’abbattimento deve essere evitato quando esistono alternative e che la compensazione deve tener conto della funzione ecologica e della chioma perduta, non soltanto del numero delle piante.
Roma dovrebbe raccogliere questa lezione e superarla con la propria originalità. Perché qui il verde è inseparabile dalla città storica: il pino dei Fori, il leccio delle ville, il cipresso delle mura, il platano lungo il fiume, l’ombra dei giardini conventuali, l’Agro romano come margine ancora vivo della metropoli. Non sono oggetti isolati; sono parti di una medesima architettura del tempo.
L’urbanista scozzese Patrick Geddes, uno dei padri dell’urbanistica moderna, invitava a comprendere la città a partire dalla relazione fra luogo, lavoro e popolazione. Prima di progettare, ammoniva, occorre osservare: survey before plan. Per Roma questo principio significa una cosa molto concreta: prima delle carreggiate, dei parcheggi, dei sottoservizi e degli arredi, occorre vedere il suolo, le radici, il sole, l’acqua, gli alberi esistenti, i corridoi ecologici, la vulnerabilità dei quartieri. La città non può essere progettata contro il proprio organismo vivente.
Serve perciò una Carta dell’Ombra: una mappa pubblica delle piazze più roventi, delle fermate senza riparo, dei cortili scolastici minerali, dei percorsi pedonali esposti, dei quartieri nei quali il caldo coincide con la fragilità sociale. Qui dovrebbero arrivare per primi alberi radicati, suolo permeabile, acqua, parchi accessibili e viali ombreggiati. La Strategia di adattamento climatico di Roma Capitale riconosce già l’importanza della biodiversità, dell’acqua, dell’ombreggiamento e delle soluzioni basate sulla natura: il compito è trasformare tale consapevolezza in metodo ordinario di governo urbano.
Italo Calvino scriveva che la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano. Roma contiene anche la mano degli alberi: le radici sotto la pietra, le chiome sopra la storia, l’ombra sulla Vita quotidiana. Difenderli non significa opporsi al futuro. Significa sottrarre il futuro alla sterilità del cemento e restituirlo alla sua promessa più antica: una città bella perché abitabile, e abitabile perché capace di custodire la Vita./MeridianoItali.Tv

































