C’è una generazione di bambini albanesi cresciuti in Italia che parla perfettamente italiano, frequenta le scuole italiane, ha amici italiani e, in molti casi, possiede la cittadinanza italiana. Ma c’è una domanda che le famiglie continuano a porsi: quanto rimarrà, nel tempo, del legame con la lingua e la cultura dei genitori?
È da questa domanda che nasce l’esperienza di Valbona Toci, insegnante e mediatrice interculturale, che nel 2019 ha avviato a Bologna un progetto dedicato all’insegnamento della lingua albanese. Oggi l’attività prosegue nella provincia bolognese, presso l’Associazione Corabi, a Villanova di Castenaso, con una scuola rivolta a bambini e ragazzi dai 5 ai 17 anni.
«Sono partita dai miei figli», racconta Tocci. In famiglia l’albanese si parla, quindi i bambini lo comprendevano. Ma quando arrivavano in Albania e si trovavano a parlare con i nonni, emergevano le difficoltà. Soprattutto nel gioco e nelle conversazioni quotidiane mancavano le parole. «Mi sono resa conto che stavamo perdendo un pezzo delle nostre origini».
Non è soltanto una questione di grammatica o di vocabolario. Dietro l’insegnamento della lingua c’è una più ampia idea di identità. Tocci, originaria del nord dell’Albania e trasferitasi prima a Tirana e poi in Italia con la famiglia, conosce bene il percorso di una comunità che in pochi decenni ha cambiato profondamente il proprio rapporto con il Paese d’origine.
«Essere italiani non significa dimenticare l’Albania»
Gli anni Novanta, ricorda, furono quelli dell’arrivo in Italia di molti albanesi e anche degli stereotipi e dei pregiudizi che accompagnarono quella migrazione. «All’inizio spesso abbiamo negato la nostra origine per essere accettati», spiega.
Oggi il contesto è diverso. Una parte significativa della comunità albanese è ormai pienamente inserita nella società italiana e molti dei figli sono nati o cresciuti in Italia.
Ed è proprio qui, secondo Tocci, che si apre una nuova sfida: non più soltanto l’integrazione, ma la conservazione della memoria culturale.
«Non abbiamo paura di integrarci. I nostri figli sono italiani. Ma questo non significa che dobbiamo dimenticare la nostra origine».
La scuola diventa così un luogo nel quale la lingua rappresenta soltanto il primo passo. Accanto all’albanese ci sono la storia, la geografia e la cultura del Paese. L’obiettivo è costruire un rapporto che non sia limitato alle vacanze estive trascorse in Albania o alle visite ai parenti, ma che possa diventare una relazione stabile con le proprie radici.
I libri arrivano dall’Albania
Un sostegno concreto è arrivato anche dal governo albanese. Dal 2021 i libri di testo destinati alle scuole della diaspora vengono forniti gratuitamente.
Ogni anno le scuole comunicano le proprie esigenze e il numero previsto di studenti, mentre i testi vengono utilizzati per un percorso didattico che accompagna i ragazzi per più anni.
Per Tocci, però, questo non basta. La richiesta è quella di costruire una collaborazione più strutturata anche con le istituzioni italiane.
In Emilia-Romagna, racconta, sono già stati avviati contatti per la presentazione di progetti nelle scuole. Ma la necessità è andare oltre iniziative occasionali o corsi destinati a concludersi dopo pochi mesi.
«Servirebbe un sostegno istituzionale», è il senso della richiesta. Non soltanto per organizzare le lezioni, ma per dare continuità all’insegnamento della lingua di una comunità ormai stabilmente presente sul territorio.
Un lavoro ancora in gran parte volontario
C’è poi il tema degli insegnanti. Gran parte del lavoro viene svolto volontariamente. Le docenti dedicano tempo alle lezioni, alla preparazione dei programmi e all’organizzazione delle attività, sottraendolo alla famiglia e alla vita personale.
«Lo facciamo volentieri perché abbiamo iniziato questa missione», racconta Tocci. Ma il volontariato, nel lungo periodo, non può essere l’unica risposta.
La speranza è che anche in Italia possa essere riconosciuto economicamente il lavoro degli insegnanti impegnati nell’insegnamento della lingua albanese. Il tema è stato discusso anche in occasione di incontri istituzionali e, secondo quanto riferito nell’intervista, ci sarebbero segnali di una possibile evoluzione verso forme di sostegno agli insegnanti.
Una comunità che cresce, una scuola che vuole crescere con lei
A Bologna, secondo i dati citati durante l’intervista, la comunità albanese conta oltre 17 mila persone. Un numero che rende evidente, secondo Tocci, la necessità di ampliare l’offerta.
La scuola Corabi rappresenta oggi una delle esperienze nate dal basso: pochi insegnanti, il coinvolgimento dell’associazione, le famiglie e soprattutto i bambini.
L’obiettivo per il futuro è aprire nuove classi e raggiungere altri territori dove la presenza albanese è significativa.
«La lingua è la base della comunicazione», spiega Toci. Ma il progetto va oltre. «Cerchiamo di creare ponti tra Albania e Italia».
È forse questa la parola che meglio riassume l’intera esperienza: ponte. Non un ritorno al passato e nemmeno un rifiuto dell’integrazione, ma la possibilità di tenere insieme due appartenenze.
Perché per una generazione cresciuta in Italia parlare la lingua dei propri genitori può significare qualcosa di più che conoscere una seconda lingua. Può voler dire poter parlare con i nonni, comprendere la propria storia e, un domani, scegliere consapevolmente quale rapporto avere con il Paese da cui è partita la propria famiglia.
La nuova sfida dell’emigrazione albanese in Italia, dunque, non sembra più essere soltanto quella dell’integrazione. È anche quella della memoria: come diventare pienamente italiani senza smettere di sapere da dove si viene.
L’intervista completa a Valbona Tocci è disponibile sul sito di Radio Radicale, nella rubrica Albania italianofona.
































