Home Approccio Italo Albanese Vent’anni per salvare l’arbëreshe: 25 mila parole contro il rischio di scomparsa!

Vent’anni per salvare l’arbëreshe: 25 mila parole contro il rischio di scomparsa!

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LINGUA E IDENTITÀ | Dopo oltre cinque secoli di trasmissione soprattutto orale, un’opera di 25 mila lemmi documenta le parlate di Pallagorio, Carfizzi e San Nicola dell’Alto.

Il professor Carmine Gentile ha raccolto sul campo un patrimonio linguistico tramandato per generazioni. Nel dizionario anche parole ormai scomparse, proverbi, modi di dire e termini legati al mondo agricolo-pastorale. Ora la sfida passa dalla scuola, dalle istituzioni e dalla digitalizzazione attraverso l’intelligenza artificiale.

Una lingua può sopravvivere per cinque secoli e, allo stesso tempo, rischiare di scomparire nel giro di una generazione. È questa la contraddizione che accompagna oggi l’arbëreshe, la lingua di origine albanese conservata dalle comunità italo-albanesi presenti in diverse aree del Mezzogiorno. Una lingua che per secoli è stata trasmessa soprattutto oralmente e che oggi ha bisogno di nuovi strumenti per continuare a vivere.

A raccogliere questa sfida è il professor Carmine Gentile, autore di un nuovo dizionario dell’arbëreshe che racchiude circa 25 mila lemmi. Un’opera costruita in quasi vent’anni di ricerca sul campo e presentata ai microfoni di Radio Radicale nella rubrica Albania italiano fa.

Vent’anni dentro la memoria delle comunità

Dietro le migliaia di parole raccolte c’è un lavoro lungo e paziente. Gentile ha condotto personalmente la ricerca, senza una vera équipe alle sue spalle, intervistando gli abitanti delle comunità arbëreshe e cercando di recuperare termini che, in molti casi, erano ormai affidati soltanto alla memoria degli anziani.

La difficoltà maggiore riguardava soprattutto il lessico legato all’antico mondo agricolo e pastorale. Con la trasformazione della società, molte attività sono scomparse o si sono profondamente modificate e con esse hanno iniziato a scomparire anche le parole che le descrivevano.

La ricerca, quindi, non consisteva semplicemente nel chiedere a un informatore quale fosse il termine corrispondente a una determinata parola italiana. Spesso era necessario costruire una conversazione, evocare situazioni e oggetti, accompagnare l’interlocutore fino a far riemergere dalla memoria il termine cercato.

È anche per questo che il lavoro ha richiesto quasi vent’anni.

Non un solo arbëreshe, ma diverse parlate

Il dizionario non pretende di fissare una versione unica e uniforme della lingua. Al contrario, uno dei suoi obiettivi è documentare le differenze esistenti tra le comunità di Pallagorio, Carfizzi e San Nicola dell’Alto, in Calabria.

Le tre realtà condividono una stessa origine linguistica, ma nel corso dei secoli hanno sviluppato caratteristiche proprie. Gentile ha quindi cercato di “fotografare” le diverse parlate, conservandone le peculiarità.

Una scelta importante perché, secondo l’autore, sarebbe impossibile e anche sbagliato cancellare le differenze che la storia ha prodotto.

Un dizionario che racconta anche una cultura

Le circa 25 mila parole contenute nell’opera sono accompagnate da diverse sezioni dedicate alla toponomastica, all’onomastica e alla geografia.

Ma il patrimonio raccolto va ben oltre il semplice vocabolario. Nel lavoro trovano spazio anche proverbi, modi di dire e testimonianze della tradizione popolare, elementi che permettono di ricostruire il mondo culturale nel quale la lingua è cresciuta.

Particolare attenzione è stata dedicata alle parole ormai scomparse o in procinto di scomparire.

Conservarle significa infatti conservare anche la memoria delle attività, degli strumenti e dei rapporti sociali di una società che non esiste più nella forma di un tempo.

È una sorta di fotografia linguistica di un mondo al tramonto.

Quando una parola italiana ha più traduzioni

Un’altra caratteristica significativa del dizionario riguarda la possibilità che una stessa parola italiana abbia diverse corrispondenze in arbëreshe.

Per evitare che il lettore si trovi davanti a una semplice lista di equivalenti, Gentile ha inserito per ciascun termine anche esempi d’uso e frasi che aiutano a comprenderne il significato e il corretto impiego nel contesto.

Un elemento particolarmente importante per chi vuole non soltanto conoscere il significato di una parola, ma imparare concretamente a parlare e scrivere la lingua.

Dalla trasmissione orale alla scuola

Il problema centrale, però, è cosa accadrà all’arbëreshe nei prossimi decenni.

Per Gentile non basta affidarsi alla trasmissione familiare. La lingua deve entrare nella scuola con strumenti adeguati e con insegnanti preparati.

Per questo, parallelamente al dizionario, l’autore sta lavorando a un manuale per gli alunni della scuola dell’obbligo e a un altro strumento destinato ai docenti.

La formazione degli insegnanti è considerata fondamentale. Essere parlanti della lingua, infatti, non significa automaticamente essere in grado di insegnarla. Servono conoscenze grammaticali e strumenti didattici appropriati.

L’obiettivo è costruire un percorso capace di portare l’arbëreshe dalle famiglie alle aule scolastiche, trasformandola da patrimonio del passato in una lingua che i giovani possano continuare a utilizzare.

Il ruolo dei Comuni e delle istituzioni

Il dizionario è stato pubblicato dalla Fondazione Solano di Cosenza, con il contributo di studiosi e consulenti scientifici del settore.

Durante l’intervista Gentile ha sottolineato anche il ruolo delle istituzioni locali. I sindaci dei tre comuni interessati – Pallagorio, Carfizzi e San Nicola dell’Alto – hanno manifestato formalmente la volontà di impegnarsi affinché la lingua venga insegnata e non muoia, prevedendo anche l’acquisto di copie del dizionario.

Un segnale importante, ma secondo l’autore serve un impegno più ampio.

Le comunità arbëreshe, infatti, non si trovano soltanto in questi tre centri. Sono numerose le comunità presenti in Calabria e in Sicilia e, nel corso delle generazioni, molti arbëreshë sono emigrati all’estero, in Paesi come Canada, Germania e Inghilterra.

Per questo il progetto dovrebbe raggiungere non soltanto le scuole, ma anche le famiglie e le comunità emigrate.

L’arbëreshe entra nell’era digitale

La conservazione della lingua passa oggi anche dalla tecnologia.

Il patrimonio raccolto nel dizionario è destinato a essere digitalizzato. Ed è proprio questa digitalizzazione che potrebbe aprire una prospettiva inedita: utilizzare il materiale linguistico raccolto per sviluppare, in futuro, strumenti di traduzione automatica basati sull’intelligenza artificiale.

La prospettiva è quella di poter tradurre dall’italiano all’arbëreshe e dall’arbëreshe all’italiano, rendendo la lingua più accessibile anche a chi non l’ha ricevuta in eredità dalla propria famiglia.

Per una lingua prevalentemente tramandata attraverso la voce, il passaggio al digitale potrebbe rappresentare una svolta decisiva.

Un patrimonio che non può restare sugli scaffali

L’auspicio di Gentile è che il dizionario non rimanga un’opera destinata soltanto agli studiosi.

L’idea è arrivare a stampare circa 1.500 copie da distribuire gratuitamente alle famiglie delle comunità interessate e, dove possibile, agli arbëreshë emigrati. Il progetto dovrebbe inoltre coinvolgere le scuole, insieme ai futuri manuali per studenti e insegnanti.

Perché il vero obiettivo del lavoro non è soltanto conservare una lingua, ma farla continuare a vivere.

Dopo cinque secoli di trasmissione orale, il rischio è che le nuove generazioni conoscano sempre meno parole, espressioni e forme linguistiche della tradizione. Il dizionario rappresenta allora una sorta di archivio della memoria: raccoglie ciò che ancora sopravvive e, allo stesso tempo, recupera ciò che stava già scomparendo.

Le 25 mila parole di Carmine Gentile diventano così molto più di un elenco di lemmi. Sono la testimonianza di una storia, di una cultura e di un’identità che hanno attraversato i secoli.

La sfida, ora, è fare in modo che quelle parole non restino soltanto conservate sulla carta, ma tornino nelle case, nelle scuole e nella voce dei giovani.

L’intervista completa con il professor Carmine Gentile può essere ascoltata su Radio Radicale.

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